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Materiali riciclati negli alimenti: quali livelli di contaminanti sono ammessi secondo le norme? La risposta ufficiale

📅 15 Agosto 2026✍️ di Matteo Gavazzi⏱️ 7 min di lettura

Stai valutando imballaggi o prodotti con contenuto riciclato a diretto contatto con gli alimenti e vuoi un riferimento chiaro su quali contaminanti sono davvero ammessi. La risposta ufficiale esiste, ma non è un singolo numero: è un sistema di limiti di migrazione, test obbligatori e condizioni d’uso che devi governare. Qui trovi cosa controllare, come leggere i documenti dei fornitori e quando dire sì o no al riciclato.

Il problema come lo vivi tu

Da una parte vuoi ridurre l’impronta ambientale scegliendo contenuto riciclato; dall’altra temi la migrazione di sostanze indesiderate nel cibo. Clienti e auditor chiedono prove, i fornitori mostrano certificati generici, e intanto devi prendere decisioni operative su rPET, carta riciclata, film barriera o vaschette per piatti pronti.

La verità è che la conformità dipende da tre fattori: la qualità del flusso in ingresso (da dove arriva il riciclato), l’efficienza del processo di decontaminazione e l’idoneità d’uso finale. Senza questi tre pilastri, il “riciclato” resta uno slogan.

Cosa dice la legge, davvero

Il quadro di base è semplice: qualunque materiale a contatto con alimenti non deve trasferire componenti in quantità tali da mettere a rischio la salute o alterare cibo e odori. È il principio cardine del Regolamento (CE) n. 1935/2004.

Per i riciclati in plastica, le regole sono specifiche: il Regolamento (UE) 2022/1616 richiede che i processi di riciclo destinati al contatto alimentare siano valutati e autorizzati, con test di “challenge” su contaminanti surrogati per dimostrare la capacità reale di decontaminazione. In pratica: non basta dire “è rPET”, devi mostrare che il tuo processo porta i contaminanti sotto soglie sicure.

Resta pienamente applicabile il pacchetto MOCA: buone pratiche di fabbricazione (Reg. (CE) 2023/2006), specifiche per le plastiche (Reg. (UE) 10/2011 con i limiti di migrazione specifici, SML, e di migrazione globale), più gli obblighi di documentazione e tracciabilità.

I numeri che contano (e quelli che non esistono)

– Limiti di migrazione specifici (SML): per le sostanze autorizzate nelle plastiche, il Reg. (UE) 10/2011 stabilisce SML sostanza per sostanza. Anche nel riciclato, questi SML valgono uguale. Se una sostanza ha SML 0,05 mg/kg alimento, il tuo articolo finito – riciclato o no – deve rispettarla.

– Migrazione globale: per gli articoli in plastica vale il limite di 10 mg/dm² (o 60 mg/kg per contenitori grandi). Non parla di contaminanti singoli, ma di totale di componenti migrati.

– Contaminanti “ignoti” nel riciclato: per i processi, le valutazioni scientifiche richiedono che la decontaminazione sia tale da mantenere la migrazione dei potenziali contaminanti non identificati a un livello molto basso. Nelle valutazioni EFSA sul rPET, il target pratico usato è tipicamente 0,1 µg/kg di alimento per sostanze non intenzionalmente aggiunte, a tutela anche delle fasce sensibili. Questo non è un “limite universale” in etichetta, ma l’obiettivo tecnico dei processi approvati.

– Carta e cartone riciclati: non c’è ancora un’armonizzazione UE completa. Si applicano il principio di sicurezza generale, norme nazionali e linee guida (es. raccomandazioni BfR in Germania), più il concetto ALARA sui contaminanti come oli minerali. Per MOAH l’aspettativa dei retailer europei è zero rilevabile con metodi idonei; i MOSH vanno minimizzati con barriere funzionali o scelte di fonte.

– Metalli e vetro riciclati: sono materiali intrinsecamente più “inerti”. La criticità non è il metallo o il vetro in sé, ma eventuali rivestimenti, vernici o sigillanti, che devono rispettare i relativi SML e l’idoneità al contatto.

I criteri di scelta, uno per uno

1) Fonte del riciclato. Per la plastica destinata al contatto diretto, privilegia flussi alimentari certificati (ad esempio scaglie di bottiglie per alimenti) e limita l’ingresso di frazioni non alimentari al di sotto delle soglie consentite. Evita miste post-consumo non qualificate per contatto diretto.

2) Processo autorizzato. Chiedi l’indicazione chiara del processo di riciclo (nome commerciale/ID) e verifica la presenza dell’autorizzazione o della valutazione positiva. Assicurati che includa challenge test e che la capacità di decontaminazione dichiarata sia pertinente al tuo uso.

3) Dichiarazione di conformità (DoC) completa. Pretendi una DoC che richiami Reg. 1935/2004, Reg. 2023/2006, Reg. 10/2011 e, se plastica riciclata, Reg. 2022/1616. Devono esserci: condizioni d’uso, simulanti testati, tempi e temperature, percentuale di riciclato, presenza/assenza di barriere funzionali.

4) Test di migrazione sul finito. Non limitarti al pellet: verifica l’articolo finito in condizioni peggiorative rispetto all’uso reale (grassi, alcol, acidità, alte temperature o lunghi tempi). In particolare, sui multilayer con strato riciclato verifica la barriera.

5) Gestione delle NIAS. Chiedi screening NIAS su materiali stampati/adesivi/riciclati e un razionale tossicologico. L’assenza di superamenti rispetto ai SML e l’appropriatezza dei metodi analitici fanno la differenza.

6) Progettazione d’uso. Se non puoi garantire la sicurezza a contatto diretto, sposta il riciclato su componenti non a contatto (coperchi esterni, alveoli, cartoni secondari) o inserisci barriere efficaci certificate.

7) Tracciabilità e qualità. Un sistema di qualità solido (GMP) con audit al riciclatore è spesso la linea di demarcazione tra “promessa green” e conformità reale.

Gli errori più comuni che vedo in azienda

– Confondere la “percentuale di riciclato” con la sicurezza. Sono due piani diversi: puoi avere 80% riciclato e piena conformità, oppure 20% e rischi elevati, dipende da fonte, processo e barriera.

– Fermarsi al certificato ambientale. L’etichetta “riciclato certificato” non sostituisce i requisiti MOCA. Servono DoC, migrazioni, valutazioni NIAS.

– Dimenticare inchiostri e adesivi. Specialmente nella carta riciclata, l’origine dell’inquinamento sta spesso nella stampa precedente. Serve barriera o passare a inchiostri conformi e testati.

– Sottovalutare gli alimenti grassi o acidi. Latte, salse, sughi e prodotti in olio sono i “casi peggiori”. Testali con simulanti adeguati e condizioni severe.

– Reimpiego di materiali non-food-grade. Mai usare flussi industriali non alimentari per contatto diretto, neppure in presenza di lavaggi generici.

Se fossi al posto tuo, farei così

– Per contatto diretto con bevande e cibi pronti: scegli rPET da processo autorizzato con comprovata decontaminazione fino al target di 0,1 µg/kg alimento per contaminanti non intenzionali, e verifica migrazione specifica e globale sull’articolo finito. È il binomio più solido oggi tra riciclato e conformità.

– Per carta e cartone riciclati: usa barriere funzionali certificate contro oli minerali e sostanze a bassa massa molecolare, oppure limita l’uso al secondario. Pretendi analisi MOAH “non rilevabile” con metodo adeguato e piani di controllo fornitore.

– Per poliolefine riciclate (PP/PE) a contatto diretto: senza barriera o processo altamente qualificato, eviterei. Preferisci applicazioni a contatto indiretto o multilayer con barriera continua testata.

– Per vetro e metalli riciclati: prosegui sereno, ma verifica vernici e sigillanti con focus su SML e scenari di processo termico.

Domande tipiche dei clienti e risposte secche

– Esiste un “limite legale di contaminanti” unico per tutti i riciclati? No. Esistono SML per sostanze note, un limite di migrazione globale per le plastiche e, per i processi di riciclo plastica, obiettivi tecnici di decontaminazione che riportano la migrazione di contaminanti non intenzionali a livelli molto bassi.

– Posso scrivere che il mio imballaggio è sicuro perché è “processo approvato”? Solo se hai anche le prove di migrazione sull’articolo finito nelle tue condizioni d’uso. Processo + test d’uso = sicurezza dimostrata.

– La carta riciclata può andare a contatto diretto con prodotti secchi? Sì, se dimostri assenza di cessioni indesiderate e controlli oli minerali; meglio con barriera. Per alimenti grassi o umidi, usa barriere o evita.

Checklist operativa finale

  • Chiedi la DoC che citi Reg. 1935/2004, 2023/2006, 10/2011 e 2022/1616 (se plastica riciclata).
  • Verifica la fonte del riciclato e la quota massima ammessa di input non alimentare.
  • Controlla che il processo di riciclo abbia challenge test e valutazione positiva.
  • Esegui test di migrazione specifica e globale sull’articolo finito nei tuoi scenari peggiori.
  • Richiedi screening NIAS e razionale tossicologico, soprattutto su strati stampati/adesivi.
  • Per carta riciclata, imponi barriera contro MOAH/MOSH o limita l’uso a contatto indiretto.
  • Per PP/PE riciclati, preferisci applicazioni con barriera o non a contatto diretto.
  • Con metallo/vetro riciclati, focalizzati su vernici e sigillanti.
  • Audit al fornitore: GMP, tracciabilità, controlli in ingresso e monitoraggio lotti.
  • Documenta tutto: condizioni d’uso, simulanti, tempi/temperature, risultati e decisioni.

Con questo approccio, porti a casa sia la sostenibilità sia la conformità. E, soprattutto, decidi con criteri chiari e difendibili davanti a cliente, auditor e autorità.

Matteo Gavazzi

Matteo, cresciuto in Trentino, ha partecipato al progetto di una cooperativa agricola che ha sperimentato imballaggi in bioplastica di origine vegetale. Ha seguito la filiera dalla produzione al punto vendita e conosce bene i vantaggi pratici e i compromessi richiesti agli operatori.

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