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Quando un imballaggio può essere dichiarato compostabile? Scopri il requisito essenziale imposto dalla legge

📅 30 Agosto 2026✍️ di Caterina Sarti⏱️ 4 min di lettura

Mi ricordo ancora il momento in cui un fornitore di una piccola azienda di confetture piemontesi mi mostrò orgoglioso il suo nuovo imballaggio “compostabile”. Era un sacchetto marrone, elegante, con tanto di stampa dedicata. Quando gli chiesi il certificato di compostabilità, mi guardò perplesso. Non l’aveva. Quella esperienza, quasi dieci anni fa quando ancora lavoravo come responsabile acquisti per la catena zero-waste, mi insegnò che dietro la parola “compostabile” non c’è sempre la realtà che immaginiamo. Oggi quella lezione è più attuale che mai, perché il mercato continua a essere inondato di promesse verdi che spesso non reggono al vaglio della norma.

La confusione intorno agli imballaggi compostabili è diffusa tanto tra i consumatori quanto tra le aziende. Chiunque passeggi in un supermercato avrà visto scritte seducenti: “100% compostabile”, “biodegradabile”, “ecologico”. Ma cosa significa davvero che un imballaggio sia compostabile? La risposta non è opinionabile, non è marketing: è normata dalla legge con precisione chirurgica.

Il requisito legale che non ammette zone grigie

La normativa europea, e di conseguenza quella italiana, ha stabilito un requisito essenziale che un imballaggio deve soddisfare per essere legittimamente dichiarato compostabile: deve possedere una certificazione secondo lo standard EN 13432. Questo non è un suggerimento, non è una raccomandazione. È un obbligo riconosciuto dalla legge.

Lo standard EN 13432 è il documento tecnico che definisce i requisiti per la compostabilità degli imballaggi e dei prodotti di carta, cartone, plastica e cellulosa biodegradabile. Per comprenderne l’importanza, basta sapere che questo standard è stato sviluppato dal Comitato Europeo di Normalizzazione ed è diventato obbligatorio in tutta l’Unione Europea. Chi dichiara che un prodotto è compostabile senza possedere questa certificazione sta, tecnicamente, compiendo una pratica scorretta.

Durante i miei anni nell’ambito della sostenibilità, ho imparato a riconoscere i certificati autentici. Sulla confezione di un imballaggio veramente compostabile troverai sempre il marchio OK Compost, il logo di Seedling, oppure altri certificati riconosciuti come TUV Austria o Vinçotte. Sono questi i segnali tangibili che la documentazione tecnica è stata verificata da enti indipendenti e riconosciuti.

Come funziona la certificazione EN 13432

Ma cosa accerta effettivamente questo standard? Non è solo una questione di “se si decompone o no”. La certificazione EN 13432 verifica ben tre criteri specifici e misurabili. Innanzitutto, l’imballaggio deve biodegradarsi almeno al 90% entro 180 giorni in condizioni di compostaggio industriale controllato, a una temperatura di 58 gradi Celsius. Non in una discarica abusiva, non nel giardino di casa, ma in un impianto di compostaggio industriale certificato.

Il secondo criterio riguarda la frammentazione: il materiale non deve degradarsi in microplastiche persistenti, ma deve trasformarsi in frammenti di dimensione inferiore ai 2 millimetri. Questo è particolarmente importante perché assicura che il materiale non inquini il compost finito.

Il terzo aspetto è tossicologico. Il compost risultante non deve contenere sostanze tossiche in concentrazioni dannose per l’ambiente o per le piante. È un controllo che protegge non solo il composto finito, ma l’intera catena di valore dell’agricoltura biologica.

Quando selezioni fornitori, come ho fatto centinaia di volte, richiedere il certificato EN 13432 non è una scelta pretenziosità. È l’unico modo per garantire che quella dichiarazione di compostabilità non sia, in realtà, greenwashing travestito da responsabilità ambientale.

Perché è cruciale per consumatori e aziende

La situazione è ancora complicata dal fatto che molti imballaggi “biodegradabili” non sono necessariamente “compostabili”. Un materiale può decomporsi in discarica nell’arco di alcuni anni senza essere idoneo al compostaggio industriale. Questa distinzione semantica ha conseguenze concrete: un imballaggio biodegradabile che finisce in un impianto di compostaggio potrebbe rilasciare tossine o non degradarsi completamente nei tempi previsti, compromettendo l’intero lotto.

Ho visto gestori di impianti di compostaggio rifiutare intere partite di materiale perché privi della giusta certificazione. Il danno non è solo economico per l’azienda fornitrice: è un danno all’intero sistema. Quando le persone scoprono che il loro imballaggio “compostabile” ha contaminato un lotto di compost di qualità, la fiducia nei confronti di tutte le etichette verdi cala drasticamente.

Per il consumatore, il messaggio dovrebbe essere semplice: se sull’imballaggio non vedi il marchio di certificazione riconosciuto, non è compostabile dal punto di vista legale. Se un’azienda non è in grado di fornire la documentazione di certificazione quando richiesta, stai attento. Il requisito della certificazione EN 13432 esiste proprio per evitare promesse vuote e garantire che il tuo gesto di responsabilità ambientale non diventi parte del problema.

La legge ha imposto questo requisito perché il compostaggio industriale è un processo delicato che richiede materie prime di qualità certificata. Un solo imballaggio non idoneo può rovinare diverse tonnellate di compost. È una questione di sistema, non solo di buone intenzioni.

Il ruolo delle aziende responsabili

Le aziende serie, quelle che davvero investono in sostenibilità, non solo rispettano questo requisito ma lo comunicano chiaramente. Metteranno in evidenza il certificato, forniranno le istruzioni per lo smaltimento corretto, e supporteranno i consumatori nel comprendere il valore di quella scelta. Sono questi i fornitori che, durante i miei anni di responsabile acquisti, ho privilegiato nelle mie selezioni.

Oggi che il mercato degli imballaggi sostenibili è cresciuto esponenzialmente, il rischio di greenwashing è ancora più alto. Ma paradossalmente, lo standard EN 13432 rimane un alleato potente per chi vuole fare scelte consapevoli. Non è complicato: chiedi il certificato, verificalo, e saprai esattamente cosa stai acquistando.

Quando scelgo un imballaggio, ritorno sempre a quel fornitore di confetture di anni fa. La lezione è rimasta: le parole belle sul cartone non bastano. Serve la certificazione. È il requisito essenziale che la legge impone, il confine tra promessa e realtà, tra marketing e responsabilità autentica.

Caterina Sarti

Caterina, piemontese, ha lavorato come responsabile acquisti per una catena di negozi zero-waste. Si è trovata spesso a selezionare fornitori con criteri rigorosi di sostenibilità e riduzione della plastica monouso. La sua scrittura analizza scelte responsabili e trend emergenti.

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